Le iene (Quentin Tarantino, 1992)

Vi piace aver paura ?

Se non vi piace, non guardate questo film, a mio parere in assoluto il migliore uscito sinora dal genio sregolato e un po’ disturbante di Tarantino, che ritrae la cristallina purezza di una malvagità assoluta, non segnata da dubbi di squilibrio mentale dei due giovani protagonisti di “Assassini Nati” o dalla paranoia di Hannibal Lecter.

I signori White, Pink, Orange, Brown, Blonde, Blue non si conoscono o forse sì, forse uno di loro è una spia e forse no, hanno commesso una qualche rapina, ma non tutto è andato per il verso giusto, dato che uno di loro è gravemente ferito e agonizza per tutto il film.

Tarantino non si disturba a spiegarci questi particolari dei quali - in effetti - non sentiamo la mancanza; i protagonisti (e raramente ho visto interpreti così “a fagiolo” nei loro personaggi, bastino per tutti Michael Madsen o Steve Buscemi, ma naturalmente su tutti Harvey Keitel) sono semplicemente il prodotto speriamo estremizzato di una società che non dà nessun valore alla vita umana: per loro uccidere è un atto del tutto normale, degno di nota solo quando si uccide in modo particolarmente pittoresco o creativo.

La morte è il membro muto della banda, ma è anche il padrone del teatro di burattini in cui si svolge l’azione oltre che, ovviamente, il burattinaio.

C’è chi si è scandalizzato per la violenza, ma non sono d’accordo: non c’è compiacimento in come Tarantino ci racconta la violenza di queste vite disgraziate, ma una semplice e quasi clinica oggettività.

Un ultimo consiglio: la tentazione di rapportare questo film con il più famoso “Pulp Fiction” è quasi irresistibile ma il mio consiglio è quello di non tracciare paralleli o confronti.

Pubblicato in: on 24 Novembre 2007 at 11:34 am Commenti (0)
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Inside man (Spike Lee, 2006)

Penso che un buon film di azione debba rispettare la stessa regola che Agatha Christie enunciò per i gialli: rispetta il tuo lettore.

In un libro questo significa che il lettore deve stare alla pari dell’investigatore, avere gli stessi indizi e una genuina possibilità di indovinare chi è l’assassino: solo gli scrittori di scarto - diceve madame Christie - ricorrono a colpi di scena esterni al plot.

In un film di azione come questo il regista deve prima di tutto rispettare lo spettatore che se avesse voluto vedere una sana scazzottata e un po’ di macchine scassate sarebbe andato a vedere Bruce Willis e offrirgli una storia che stuzzichi, solletichi, dica e non dica ma che alla fine sia tutta perfettamente coerente.

“Inside Man” ci riesce in modo mirabile (e finalmente un regista che ha il coraggio di far fare a Jodie Foster una parte che le si addice davvero, dandole un personaggio di una cattiva e anche un po’ antipatica), anche grazie ad un cast maiuscolo: oltre a Clive Owen e alla già citata Jodie Foster non sono meno di valore le interpretazioni di Denzel Washington (uno che rischia la sindrome di Sydney Poitier, se non fosse per “Training Day”), Willem Dafoe e Christopher Plummer.

Nelle oltre due ore della pellicola la tensione non si abbassa mai anche se il regista non resiste alla tentazione di infilarci dentro dei particolari che più che ironici forse andrebbero chiamati sarcastici: i tre complici che si chiamano Steve, Stevie e Steve-O, lo sproloquio in albanese diffuso dall’iPod dei banditi per ingannare le microspie dei poliziotti, le numerose citazioni (Dalton-Owen si rivolge a Keith-Washington chiamandolo “Kojak” e “Serpico”, la vecchina che minacciata dalla pistolona di Dalton gli dice “Go ahead, make my day” come l’ispettore Callahan, pure famoso per la sua .44 Magnum) tanto per nominare i più evidenti.

Insomma, Spike Lee - nonostante le sparate iconoclastiche di altre opere - si dimostra perfettamente in grado di realizzare un ottimo film pur dentro una confezione commerciale hollywoodiana assai valida.

[off topic] se penso che le testate gossip davano Clive Owen come il prossimo 007 al posto dell’altrettanto improbabile Daniel Craig… mamma mia, ma come fanno i produttori a non accorgersi che a questi due attori, pur bravini, manca quell’aria di scanzonata ironia che rese Sean Connery così irresistibile e tutto sommato Roger Moore un discreto rimpiazzo? [/off topic]

Pubblicato in: on at 11:05 am Commenti (0)
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Full Metal Jacket (Stanley Kubrick, 1987)

Inutile ripetere il solito panegirico iniziale a favore dell’arte di Kubrick. Si dice che il regista abbia voluto realizzare un solo film per ciascun genere, ed in ciascuno di essi abbia voluto definire lo stato dell’arte per quel particolare genere.

“Full Metal Jacket” prende il nome dalla blindatura dei proiettili per uso bellico e di sicuro non fa nulla per dare alla guerra (in questo caso, quella nel Vietnam) una aspetto meno disgustoso; ma il disgusto non nasce tanto dalle carneficine, ma dalla spaventosa trasformazione che subiscono ragazzi.

E per capire la trasformazione, secondo Kubrick, bisogna seguire il percorso. Tutta la prima parte del film infatti è una specie di prologo che ci fa capire come questi ragazzi vengono preparati; l’addestramento maniacale cui li sottopone il sergente Hartman non ha solo lo scopo di affinarne le doti fisiche, quanto di fare emergere un istinto omicida che verrà loro in soccorso quando dovranno reagire alle situazioni estreme in cui si troveranno al fronte. In quelle situazioni, dice la teoria seguita dal sergente Hartman, non è l’uomo che reagisce, ma l’animale che è in lui.

Eppure FMJ non riesce ad essere un film di guerra di tipo classico: ai combattimenti si alternano scene ironiche, quasi comiche nelle quali il sense of humor del regista diventa protagonista per farci capire che la trasformazione di questi ragazzi non è un cammino di non ritorno come quello del colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”: no, per questi ragazzi le cose vanno un po’ peggio, condannati come sono a uccidere ed essere uccisi nei panni di mr. Hyde, per tornare poi cantare l’inno del Club di Topolino subito dopo come tanti, innocui dottor Jekyll.

Io non ho visto la guerra (per fortuna, diceva una vecchia spilla da anarchici) ma di tutti gli universi possibili immaginati dai cineasti questo mi pare nettamente il peggiore: il capitano Miller di Spielberg resta integro, il capitano Willard di Coppola è già in un abisso anche più profondo di quello di Kurtz, a Mikey Vronsky Cimino non concede una umanità sua da salvare e per questo gli tocca di cercare di salvare quella di Nick.

No, Joker, Animal, Cowboy, Palla di Neve e tutti gli altri non hanno neppure un nome - non ne hanno bisogno e forse è meglio che li ricordiamo così: chi lo sa, forse qualcuno di loro riuscirà a sopravvivere e ritornerà ad essere una persona “normale” ma di sicuro non si libererà mai dalla bestia liberata dal sergente Hartman.

Nel cast spicca un ispirato Matthew Modine che ci regala Joker, il più schizofrenico del gruppo, e Lee Ermey tramite la cui vociona tonante credo che Kubrick cerchi di sussurrarci che la pazzia è parte integrante del sistema.

Pubblicato in: on 14 Ottobre 2007 at 2:50 pm Commenti (0)
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Apocalypse now (Francis F. Coppola, 1979)

Coppola è quasi fallito per finire questo film; ha messo in gobbo casa sua, si è riempito di debiti; Martin Sheen si è beccato un infarto a metà lavorazione, il governo filippino che gli aveva messo a disposizione gli elicotteri a un bel momento se li è ripresi perché aveva una qualche guerra da combattere.

Il film è ricco in modo quasi barocco di scene memorabili e dettagli che escono alla seconda, terza o quarta visione (come ad esempio la particina da cattivo di Harrison Ford, o un Laurence Fishburne tanto giovane da essere irriconoscibile, o ancora il cameo di Coppola stesso che interpreta il regista di documentari di guerra), la colonna sonora che ti rimescola le budella nell’attacco della cavalleria dell’aria o nella scena del ponte, l’agghiacciante crudezza della strage sul sampan cambogiano provocata da null’altro che il nervosismo di soldati che alla fine non sono neppure malvagi.

Ma le vere protagoniste del film sono le metamorfosi, cose e persone che mutano:

  • Il colonnello Kurz, che da valoroso combattente diventa un mostro disumano per il quale uccidere è diventata una forma d’arte
  • il surfista Lance, che da superficiale “beach boy” si integra perfettamente con la giungla, e alla fine si dimostra il più adatto a sopravvivere
  • l’equipaggio del barchino, tre ragazzi macinati dal tritacarne della guerra: coinvoltia forza nella missione di Willard, capiscono subito che è uno che porta guai, ma non possono far altro che andare avanti con lui lungo l’eterno fiume
  • il colonnello Kilgore, eco dei militari di Kubrick (Apocalypse Now arriva 15 anni dopo il Dottor Stranamore): lui la sua metamorfosi l’ha completata prima che il film inizi, noi lo vediamo già trasformato, ma la sua pazzia è perfettamente circoscritta alle premesse: la guerra è normalità, massacrare un villaggio intero va d’accordissimo con fare il surf.

Alla fine chi cambia di meno è forse proprio Willard, che ha già dovuto fare i conti con il suo “Cuore di Tenebra”, ha imparato ad averne paura ma anche a trarne forza per fare quello che deve fare: Willard entra mostro nel tunnel, ma ne esce umano.

E’ difficile immaginare che ci possa essere qualcuno che non ha visto questo film, ma a quell’unica persona non posso far altro che raccomandare di colmare la lacuna.

Pubblicato in: on 12 Dicembre 2006 at 12:27 am Commenti (0)

Master & Commander (Peter Weir, 2003)

Non sono un grande appassionato di film in costume in quanto genere, ma ogni tanto ne incontri uno fuori dell’ordinario.

Peter Weir è del resto regista di grande talento, non particolarmente prolifico ma che ho già apprezzato e molto in titoli come “Picnic a Hanging Rock”, “Witness”, lo s-t-u-p-e-n-d-o “Gallipoli”, “L’attimo fuggente” (Capitano, mio Capitano), “Green Card”, “The Truman Show”.

Insomma devo confessare che Weir, insieme forse solo a Kubrick, Coppola e Allen lo vado a vedere a scatola chiusa. E anche Master & Commander è davvero un bel film, non solo per la precisione con cui sono riprodotti gli ambienti claustrofobici a bordo di una fregata di Sua Maestà, ma anche perché se a fare effetti speciali o folle di comparse con i computer ormai sono davvero buoni tutti, un veliero è una cosa diversa; per carità, ci sono anche un paio di punti dove - misteriosamente - il veliero marcia a tutta birra… a vele flosce, ma nel complesso la macchina teatrale regge molto bene.

Weir riesce a farmi piacere persino bisteccone Crowe, suo quasi compatriota, l’uomo che in tempi moderni ripresenta il mito dell’attore con una sola espressione (ve lo ricordate Charles Bronson che sembrava sempre in procinto di sbranare tutti? Bene, Russell Crowe invece usa l’espressione “martire addolorato, mamma mia come sono sfigato”, ma se adesso ne imparasse un’altra non sarebbe male.

Il film però ci si rivela solo nella scena finale-finale, quella che forse qualcuno frettoloso di spostare l’auto dal parcheggio potrebbe anche essersi perso: l’inafferrabile capitano francese dell’Acheron, infatti, che sembrava definitivamente battuto, riesce con una astuzia a darsela a gambe, costringendo la Surprise del capitano Aubrey a riprendere l’inseguimento.

La caccia, ci dice Weir, ha senso ed è bellissima fino a che dura: come Godot non arriva mai, così il cacciatore deve arrivare vicinissimo alla sua preda, ma mai abbastanza da acchiapparla davvero.

Ginko non può davvero catturare Diabolik, e Topolino non può sbattere in gattabuia Gambadilegno per sempre - queste cose capitano nel mondo vero, non nelle favole.

Nel cast tutto al maschile, oltre a bisteccone, si fa notare Paul Bettany (il chirurgo-botanico) - gli altri comparsan, ma dignitosamente.

Pubblicato in: on 21 Novembre 2006 at 10:52 pm Commenti (0)
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Flags of our Fathers (Clint Eastwood, 2006)

Sembra esserci un’ondata di nuovi film sulla Seconda Guerra Mondiale; dopo il celebratissimo e maestoso soldato Ryan, questa volta è Eastwood (co-prodotto da Spielberg) a raccontarci la storia di tre soldati la cui guerra inizia a Iwo Jima.

Coinvolti in uno degli scatti fotografici di guerra più famosi della storia (i marines che alzano la bandiera sul monte Surabachi) diventano testimonial viventi e protagonisti di un roadshow lunghissimo avente come scopo la raccolta di fondi per lo sforzo bellico.

La vita però non sarà troppo generosa con questi ragazzi, come non lo è stata con tanti reduci.

Eastwood non fa proprio niente per farci sembrare questa (qualunque) guerra meno schifosa di quanto non sia, e l’eroismo del quale vengono ammantati i tre reduci è fasullo non meno delle montagne di cartapesta su cui i tre si devono eternamente arrampicare in una specie di reinterpretazione in chiave moderna del mito di Sisifo.

Il film si chiude esplicitando la chiave di lettura: Eastwood non è Kubrick, e quello che vuole dirci l’ispettore Callahan preferisce dichiararlo per esteso: ci sarà stata pure in ballo la libertà ed i destini del mondo, ma i soldati in guerra compiono atti di eroismo solo per i propri compagni.

Cast di illustri sconosciuti, salvo forse il canadese Barry Pepper, che abbiamo giò visto sia nel soldato Ryan (il cecchino religioso) che in “We were soldiers”. Musica composta dal vecchio Clint: chi lo avrebbe detto che il texano dagli occhi di ghiaccio sarabbe finito poeta e musico !

Pubblicato in: on 19 Novembre 2006 at 1:17 am Commenti (0)

2001, odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968)

Corso Lodi, circa 1970. Siamo appena usciti dal cinema Maestoso dove abbiamo (io e la mia famiglia) visto per la prima volta “2001, odissea nello spazio”.

Ricordo benissimo come stiamo cercando di commentare le scene più ermetiche e mio papà, un po’ per cercare di spiegarmi, ma credo un po’ anche per uscire dall’imbarazzo di un film piuttosto diverso da come forse tutti ce lo aspettavamo afferma che, essendo tratto da un soggetto di Arthur C. Clarke, forse bisogna leggere il libro per capirlo meglio.

Da allora ho visto questo film molte decine di volte, non tanto per capire i dettagli, ma per il puro piacere di lasciarmi “suonare” dal regista.

L’accoppiata della colonna sonora di musica classica e di effetti speciali talmente ben fatti da essere ancora attuali dopo quarant’anni (il genio Douglas Trumbull + la pignoleria patologica di Kubrick che lo porta a scrivere un manuale d’uso completo per la toilette a gravità zero: una scena che dura sì e no venti secondi e dove le istruzioni non vengono MAI inquadrate) è talmente rivoluzionaria ed efficace che sarà copiata da generazioni di registi.

L’attenzione maniacale al dettaglio tecnologico e scientifico: il silenzio delle scene nel vuoto, la precisione con cui vengono immaginati i computer del futuro a partire da un mondo dove i calcolatori parlavano con i loro operatori per mezzo di schede perforate o display da una riga a fosfori verdi, talmente estrema da rendere credibile la leggenda secondo cui “HAL” è una sigla ottenuta spostando indietro di una posizione nell’alfabeto il nome dello sponsor grazie al quale questo know-how è stato ottenuto (la IBM) ma che di fronte alla vicenda di un computer che ammazza la gente abbia poi preferito rimanere nell’ombra.

Ma sbaglierebbe chi vedesse in questo film un affresco fantascientifico: l’involucro scientifico viene usato dal regista per avvolgere il viaggio interiore dell’astronauta-Giona Dave Bowman che, scontratosi con il Leviatano ne viene inghiottito e risputato come bambino delle stelle.

Se fosse stato prodotto ai giorni nostri non sarebbe mancato qualcuno che ci avrebbe visto un omaggio ai Born Again Christians, ma per fortuna negli anni ‘70 era più interessante strizzare l’occhio alla psichedelia che non ai teocon.

Il dialogo è scarno ed essenziale, (la prima battuta arriva oltre 25 minuti dopo l’inizio del film e ben 88 minuti del film non sono parlati) ma la citazione “I’m sorry Dave, I’m afraid I can’t do that” è stata usata da milioni di programmatori quale sostituto del banale beep con il quale Windows segnala un errore di sistema. Inoltre, in un altro omaggio non intenzionale ad uno sponsor inesistente, la canzoncina che HAL canta quando viene scollegato da Dave (Giro, giro tondo) nella versione originale è “Daisy Bell” che è la prima canzone mai “cantata” da un computer, un IBM 7094 installato nel 1961 ai Bell Labs.

Cast praticamente sconosciuto di discreti comprimari, anche perché i protagonisti non sono umani: il perfetto monolite dalle geometriche proporzioni 1:3:9, il cattivissimo computer HAL 9000 il cui comportamento è però determinato da uno di quei classici conflitti derivanti dall’interpretazione delle Tre Leggi (enunciate da Isaac Asimov fino dal ‘42, anche se non vi sono indicazioni del fatto che Kubrick conoscesse o meno l’opera del Buon Dottore)

Pubblicato in: on 18 Novembre 2006 at 12:20 pm Commenti (0)

Il lungo addio (Robert Altman, 1973)

Tratto da un Chandler d’annata, uno dei miei “Top Ten” di tutti i tempi. L’atmosfera polverosa e trasandata che tutti abbiamo immaginato leggendo le avventure di Marlowe è qui resa senza la cupezza di tanti altri noir americani e senza il tedium vitae di quelli francesi.

Il Marlowe di Altman e Gould (maiuscolo) è scanzonato, ironico, naviga le sfighe della vita in modo mirabile, “laid back” avrebbe detto Chandler. La vita, che pure lo tartassa, non riesce quasi mai ad intaccare la sua scorza dietro alla quale si rifugia in un baleno con un “E’ OK per me” che riassume il suo stile di vita.

E pure la Los Angeles che vediamo qui è mille anni luce lontana dalla città cruda e violenta che tante altre volte abbiamo visto - quasi come se il regista volesse metterla in una buona luce. Tecnicamente questo è proprio quello che accade: il suo direttore della fotografia ungherese Vilmos Zsigismond sperimenta una tecnica pensata per ‘ammorbidire’ contrasti e spigoli, consistente in una successiva esposizione in studio del negativo già esposto.

E’ una città che ha problemi, ma dove la gente si parla, seppure su un piano non troppo logicamente coerente (fulminante il dialogo tra Marlowe e il commesso del drugstore: “Si vede che non hai un gatto” “E che me ne faccio? Ho già una ragazza!”).

Ma se Marlowe è invulnerabile alla realtà non lo è al tradimento di chi considera un amico - la storia è complessa (come si conviene a una detective story) ma la risoluzione del rapporto tra i due è esterna al plot, completamente privata, una storia nella storia che Marlowe deve risolvere non perché debba dimostrare di essere un bravo detective ma perché l’urgenza di capire proviene da questa sensibilità personale offesa.

Tra gli interpreti, oltre allo straordinario Elliot Gould, simbolo come pochi altri della sua epoca di eccessi chimici e alcoolici, il notevole Sterling Hayden, la algida Nina van Pallandt (Nicole Kidman trent’anni prima) e una primissima apparizione seppure senza battute, di un giovanissimo (ma già bello sviluppato) Sylvester Stallone.

Pubblicato in: on 17 Novembre 2006 at 10:03 pm Commenti (0)

Radio America (Robert Altman, 2006)

Un Robert Altman ottantenne chiude la trilogia Americana con un piacevolissimo film pieno di rimpianto.

In effetti i protagonisti del film sono due: uno è un’America semplice, rappresentata dalla musica country semplice e orecchiabile di una trasmissione radiofonica registrata in teatro di posa e condotta (nel film come nella realtà) da uno spilungone con la faccia da bulldog e un senso dell’umorismo più inglese che americano.

L’altro è la Morte, che continua ad entrare uscire di scena, vero filo conduttore delle vite degli interpreti (si perdoni la battuta): il vecchio cantante Chuck che muore in camerino attendendo l’amante, la figlia di Yolanda che scrive canzoni sul suicidio, il Tagliatore di Teste che finisce giù dal burrone, la bella angela bionda (anche lei a suo tempo morta ascoltando la trasmissione) che qualcuno vede e qualcuno no e la cui missione è accompagnare i vivi dall’altra parte, ma soprattutto la trasmissione radiofonica stessa, che quella sera per l’appunto, muore.

America e Morte, perché Altman sta piangendo la scomparsa dell’America che tanto ha amato da raccontarne giovinezza (”Nashville”), maturità (”America Oggi”) e vecchiaia. E’ forse una vecchiaia di valori che il pacifista-veterano Altman (”M.A.S.H.”) vede scomparire intorno a sé o invece il riflesso della sua età? Non lo sappiamo come non sappiamo chi è venuta a prendere l’angelo alla fine del film.

Ad Altman viene attribuita sull’argomento una battuta rivelatrice: “La pensione? Intendi dire la Morte, vero?”.

E siamo daccapo.

Cast notevole: l’inevitabile Lily Tomlin (torna dopo “Nashville”), Meryl Streep, Kevin Kline, Tommy Lee Jones e Woody Harrelson (che forse ricordandolo in “Chi non salta bianco è” pensavo altissimo, ma invece è un bel pezzetto più corto del simpatico John C. Reilly). E cantano, eccome se cantano.

Pubblicato in: on 16 Novembre 2006 at 10:59 pm Commenti (0)