Un Robert Altman ottantenne chiude la trilogia Americana con un piacevolissimo film pieno di rimpianto.
In effetti i protagonisti del film sono due: uno è un’America semplice, rappresentata dalla musica country semplice e orecchiabile di una trasmissione radiofonica registrata in teatro di posa e condotta (nel film come nella realtà) da uno spilungone con la faccia da bulldog e un senso dell’umorismo più inglese che americano.
L’altro è la Morte, che continua ad entrare uscire di scena, vero filo conduttore delle vite degli interpreti (si perdoni la battuta): il vecchio cantante Chuck che muore in camerino attendendo l’amante, la figlia di Yolanda che scrive canzoni sul suicidio, il Tagliatore di Teste che finisce giù dal burrone, la bella angela bionda (anche lei a suo tempo morta ascoltando la trasmissione) che qualcuno vede e qualcuno no e la cui missione è accompagnare i vivi dall’altra parte, ma soprattutto la trasmissione radiofonica stessa, che quella sera per l’appunto, muore.
America e Morte, perché Altman sta piangendo la scomparsa dell’America che tanto ha amato da raccontarne giovinezza (”Nashville”), maturità (”America Oggi”) e vecchiaia. E’ forse una vecchiaia di valori che il pacifista-veterano Altman (”M.A.S.H.”) vede scomparire intorno a sé o invece il riflesso della sua età? Non lo sappiamo come non sappiamo chi è venuta a prendere l’angelo alla fine del film.
Ad Altman viene attribuita sull’argomento una battuta rivelatrice: “La pensione? Intendi dire la Morte, vero?”.
E siamo daccapo.
Cast notevole: l’inevitabile Lily Tomlin (torna dopo “Nashville”), Meryl Streep, Kevin Kline, Tommy Lee Jones e Woody Harrelson (che forse ricordandolo in “Chi non salta bianco è” pensavo altissimo, ma invece è un bel pezzetto più corto del simpatico John C. Reilly). E cantano, eccome se cantano.