Inutile ripetere il solito panegirico iniziale a favore dell’arte di Kubrick. Si dice che il regista abbia voluto realizzare un solo film per ciascun genere, ed in ciascuno di essi abbia voluto definire lo stato dell’arte per quel particolare genere.
“Full Metal Jacket” prende il nome dalla blindatura dei proiettili per uso bellico e di sicuro non fa nulla per dare alla guerra (in questo caso, quella nel Vietnam) una aspetto meno disgustoso; ma il disgusto non nasce tanto dalle carneficine, ma dalla spaventosa trasformazione che subiscono ragazzi.
E per capire la trasformazione, secondo Kubrick, bisogna seguire il percorso. Tutta la prima parte del film infatti è una specie di prologo che ci fa capire come questi ragazzi vengono preparati; l’addestramento maniacale cui li sottopone il sergente Hartman non ha solo lo scopo di affinarne le doti fisiche, quanto di fare emergere un istinto omicida che verrà loro in soccorso quando dovranno reagire alle situazioni estreme in cui si troveranno al fronte. In quelle situazioni, dice la teoria seguita dal sergente Hartman, non è l’uomo che reagisce, ma l’animale che è in lui.
Eppure FMJ non riesce ad essere un film di guerra di tipo classico: ai combattimenti si alternano scene ironiche, quasi comiche nelle quali il sense of humor del regista diventa protagonista per farci capire che la trasformazione di questi ragazzi non è un cammino di non ritorno come quello del colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”: no, per questi ragazzi le cose vanno un po’ peggio, condannati come sono a uccidere ed essere uccisi nei panni di mr. Hyde, per tornare poi cantare l’inno del Club di Topolino subito dopo come tanti, innocui dottor Jekyll.
Io non ho visto la guerra (per fortuna, diceva una vecchia spilla da anarchici) ma di tutti gli universi possibili immaginati dai cineasti questo mi pare nettamente il peggiore: il capitano Miller di Spielberg resta integro, il capitano Willard di Coppola è già in un abisso anche più profondo di quello di Kurtz, a Mikey Vronsky Cimino non concede una umanità sua da salvare e per questo gli tocca di cercare di salvare quella di Nick.
No, Joker, Animal, Cowboy, Palla di Neve e tutti gli altri non hanno neppure un nome – non ne hanno bisogno e forse è meglio che li ricordiamo così: chi lo sa, forse qualcuno di loro riuscirà a sopravvivere e ritornerà ad essere una persona “normale” ma di sicuro non si libererà mai dalla bestia liberata dal sergente Hartman.
Nel cast spicca un ispirato Matthew Modine che ci regala Joker, il più schizofrenico del gruppo, e Lee Ermey tramite la cui vociona tonante credo che Kubrick cerchi di sussurrarci che la pazzia è parte integrante del sistema.