Corso Lodi, circa 1970. Siamo appena usciti dal cinema Maestoso dove abbiamo (io e la mia famiglia) visto per la prima volta “2001, odissea nello spazio”.
Ricordo benissimo come stiamo cercando di commentare le scene più ermetiche e mio papà, un po’ per cercare di spiegarmi, ma credo un po’ anche per uscire dall’imbarazzo di un film piuttosto diverso da come forse tutti ce lo aspettavamo afferma che, essendo tratto da un soggetto di Arthur C. Clarke, forse bisogna leggere il libro per capirlo meglio.
Da allora ho visto questo film molte decine di volte, non tanto per capire i dettagli, ma per il puro piacere di lasciarmi “suonare” dal regista.
L’accoppiata della colonna sonora di musica classica e di effetti speciali talmente ben fatti da essere ancora attuali dopo quarant’anni (il genio Douglas Trumbull + la pignoleria patologica di Kubrick che lo porta a scrivere un manuale d’uso completo per la toilette a gravità zero: una scena che dura sì e no venti secondi e dove le istruzioni non vengono MAI inquadrate) è talmente rivoluzionaria ed efficace che sarà copiata da generazioni di registi.
L’attenzione maniacale al dettaglio tecnologico e scientifico: il silenzio delle scene nel vuoto, la precisione con cui vengono immaginati i computer del futuro a partire da un mondo dove i calcolatori parlavano con i loro operatori per mezzo di schede perforate o display da una riga a fosfori verdi, talmente estrema da rendere credibile la leggenda secondo cui “HAL” è una sigla ottenuta spostando indietro di una posizione nell’alfabeto il nome dello sponsor grazie al quale questo know-how è stato ottenuto (la IBM) ma che di fronte alla vicenda di un computer che ammazza la gente abbia poi preferito rimanere nell’ombra.
Ma sbaglierebbe chi vedesse in questo film un affresco fantascientifico: l’involucro scientifico viene usato dal regista per avvolgere il viaggio interiore dell’astronauta-Giona Dave Bowman che, scontratosi con il Leviatano ne viene inghiottito e risputato come bambino delle stelle.
Se fosse stato prodotto ai giorni nostri non sarebbe mancato qualcuno che ci avrebbe visto un omaggio ai Born Again Christians, ma per fortuna negli anni ‘70 era più interessante strizzare l’occhio alla psichedelia che non ai teocon.
Il dialogo è scarno ed essenziale, (la prima battuta arriva oltre 25 minuti dopo l’inizio del film e ben 88 minuti del film non sono parlati) ma la citazione “I’m sorry Dave, I’m afraid I can’t do that” è stata usata da milioni di programmatori quale sostituto del banale beep con il quale Windows segnala un errore di sistema. Inoltre, in un altro omaggio non intenzionale ad uno sponsor inesistente, la canzoncina che HAL canta quando viene scollegato da Dave (Giro, giro tondo) nella versione originale è “Daisy Bell” che è la prima canzone mai “cantata” da un computer, un IBM 7094 installato nel 1961 ai Bell Labs.
Cast praticamente sconosciuto di discreti comprimari, anche perché i protagonisti non sono umani: il perfetto monolite dalle geometriche proporzioni 1:3:9, il cattivissimo computer HAL 9000 il cui comportamento è però determinato da uno di quei classici conflitti derivanti dall’interpretazione delle Tre Leggi (enunciate da Isaac Asimov fino dal ‘42, anche se non vi sono indicazioni del fatto che Kubrick conoscesse o meno l’opera del Buon Dottore)